Vi ricordate i sei gradi di separazione? Ecco, andando avanti saranno sempre meno…

Vi ricordate la teoria dei sei gradi di separazione che dice che ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona del nostro pianeta attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari? 

Ecco, potete dimenticarla!

All’inizio di quest’anno Facebook ha esaminato tutti i 721 milioni di utenti attivi iscritti (oltre il 10% della popolazione mondiale), con 69 miliardi di amicizie tra di loro e ha trovato un nuovo calcolo.

Grazie a uno studio condotto insieme all’Università degli Studi di Milano

 ”they’ve found that 99.6% of all pairs of users are connected by paths with 5 degrees (6 hops), 92% are connected by only four degrees (5 hops). The average distance in 2008 was 5.28 hops but decreased with the grow of Facebook to 4.74 hops.”

“è un mondo piccolo!”

http://www.theconversationmanager.com/2011/11/22/forget-the-six-degrees-of-separation/ 

E-book

maciste:

(via uomoincravatta)

Progress marketing

Progress Marketing è il ramo del marketing più innovativo che, sfruttando i cosiddetti “nuovi media” (telefonino e internet) e la tendenza sempre più marcata dei consumatori ad utilizzarli durante il processo di acquisto e di relazione con la marca, riesce ad offrire alle aziende processi di misurazione durante le loro campagne marketing. L’innovazione consiste appunto nel non aspettare la fine dell’iniziativa per capire se ha avuto successo e se ha raggiunto gli obiettivi, ma riuscire a misurarne efficacia ed efficienza quando essa è ancora in corso, apportando modifiche migliorative in tempo reale attraverso l’adozione di micro-strategie studiate, personalizzate ed immediatamente implementate verso il consumatore. Tali strategie mirano al miglioramento dell’interazione per accrescere le potenzialità di ingaggio e coinvolgimento, ad influenzare il comportamento d’acquisto, a potenziare e incentivare il traffico verso un determinato punto vendita, o ancora per fidelizzare maggiormente il consumatore al brand, a un servizio o a un prodotto specifico.

(Fonte: http)

L’ossessione per Facebook

di  Stefano Maggi in News il 1 marzo 2011 alle 09:37

Vi segnaliamo questo video di Alex Trimpe, sullo stato di Facebook oggi: un ottimo lavoro, prodotto al Columbus College of Art and Design.

Per contestualizzare le informazioni che vedrete:

  • in Italia gli utenti Facebook sono 18.438.760 (più di una persona ogni quattro) [Fonte Facebook];
  • sempre in Italia, più del 47% di questi hanno 35 anni o più [Fonte Facebook + Wikipedia];
  • ci sono 54.779.000 utenti internet in Italia: questo significa che il 33% di loro è anche su Facebook [Fonte Nielsen Media Monthly Report Febbraio 2011]

Uno dei vantaggi più forti di Facebook è la possibilità di segmentare molto precisamente il target e gli interessi: è un canale che permette di raggiungere una popolazione ormai “mainstream”, attraverso le numerosissime nicchie che la compongono. Oggi, per le marche, è ancora più importante, essere rilevanti e creare una relazione diretta con le persone.

CONCLUSIONI

Per concludere questo elaborato vorrei partire dal titolo della mia tesi. “L’altra faccia del Web” è un titolo critico, che pone delle domande sul rapporto tra il Web e l’individuo e tra il Web e l’azienda.

È un titolo che non prende una posizione, ma si limita ad invitare alla riflessione: vuole solo essere una provocazione per far riflettere in modo più approfondito su queste nuove tecnologie che velocizzano e semplificano la comunicazione nella nostra società.

Io non ho una risposta certa, anzi, sono divisa in due: non posso che apprezzare la diffusione e le potenzialità di questo nuovo mezzo di comunicazione, perché personalmente rimango affascinata quando nella mia attività lavorativa e nella mia vita quotidiana sono aiutata dal computer, da internet e dal suo utilizzo; ma allo stesso tempo sono assalita da grande preoccupazione quando rifletto sull’uso che potrebbe farne un nativo digitale. Infatti penso che la creatività e la fantasia, che nell’età infantile sono potenziate dalla lettura individuale, vadano perse, e con loro vada smarrita anche la ricchezza della comunicazione linguistica verbale. Gli sms, gli status e i tweet, fatti di ripetitività e di frasi preconfezionate, non aiutano certo bambini e adolescenti nella loro espressività, così come i videogiochi tolgono l’autonomia di movimento e tarpano le ali della loro fantasia rinchiudendoli in un mondo che spesso li isola.

Non si tratta di enfatizzare o demonizzare le enormi potenzialità presenti e future dei mezzi di comunicazione, ma di capire come l’uomo profondamente si trasforma per effetto di questo potenziamento. La cosa di cui dobbiamo essere consapevoli è che l’uomo non è qualcosa che prescinde dal modo con cui manipola il mondo: trascurare questa relazione significa non rendersi conto che a trasformarsi non saranno solo i mezzi di comunicazione, ma sarà l’uomo stesso. Infatti la radio, la televisione, il computer, internet, i cellulari ci plasmano qualunque sia lo scopo per cui li impieghiamo.

La Rete Internet non è intrinsecamente buona o cattiva: l’importante è l’uso, o l’abuso, che se ne fa. Condannare tout court il Web perché viene usato in maniera sbagliata da alcune persone sarebbe, chiaramente, un grosso errore. Lo stesso ragionamento logico andrebbe applicato anche ai videogiochi (e alla televisione e a moltissime altre cose).

Tutti questi mezzi, se usati correttamente, si presentano offrendoci grandi potenzialità, ma da qui ad abusare di essi il passo è breve.

Ritengo quindi che sia sempre l’uso equilibrato e corretto dei mezzi che abbiamo a disposizione a determinarne la loro maggiore o minore validità: il singolo utente deve saper scegliere, invece di subire; le aziende devono dare fiducia e potere di controllo agli esperti, perchè tutelino i loro interessi; bisogna vigilare sulle prossime scelte dell’informazione, perchè diventino amiche e non nemiche.

La risposta alla domanda che la tesi si pone rimane quindi aperta e vorrebbe essere un invito ad un uso più attento e accorto del web.

Stiamo entrando in un’era di scelta senza precedenti. È una cosa positiva?

“È SOLO QUESTIONE DI TEMPO” ma dove andremo a finire?

L’ amore ai tempi di Foursquare

Avviso ai lettori: se credete nell’amore eterno e nel colpo di fulmine questo articolo non fa per voi. 

Serata tipo di un ragazzo/a single:
Tappa 1: si va a bere qualcosa per vedere che atmosfera c’è nei pub, sciogliersi un po’ e poi… vuoi che tra un drink e l’altro non conosci qualcuno?!
Tappa 2: si va in un locale alla moda perché di solito è pieno di ragazze/i: entrare costicchia ma per abbordare il single è disposto a pagare.

La sola cosa sicura di queste serate è che il portafoglio si alleggerisce. Nessuno ci dà la certezza che i locali che sceglieremo saranno pieni di gente, nessuno ci dà la certezza che avremo la possibilità anche remota di incontrare qualcuno disposto a farsi corteggiare.

Nessuno, tranne Assisted Serendipity!

A.S. è un sito internet che si interfaccia con il social network Foursquare.

Il sito in pratica funziona così: scrivi il nome del locale dove vuoi andare “a caccia” e immediatamente il sito ti dice quante persone sono presenti dentro il locale e il loro sesso: quando si dice che la tecnologia ti semplifica la vita!

Se proprio sei un maniaco delle statistiche, puoi anche salvare più locali nella tua pagina personale così da sapere il rapporto donne e uomini in tutti i posti vicino a te, oppure verificare come la clientela è cambiata nel tempo. Assited Serendipity sale così sul podio degli strumenti per trasformare il/la single in un cecchino dei love affairs!  

Piccolo problema: il sito rileva solo gli iscritti a Foursquare quindi i risultati sono, almeno per ora, poco ma veramente poco attendibili, almeno in Italia.
Don’t worry, è solo questione di tempo!

(Fonte: gazduna.com)

Dal settimanale “AQ”, 14 marzo 2199.

Iniziava il ventunesimo secolo, l’umanità andava scoprendo la mappa completa del genoma umano e un gruppetto di scienziati testardi cercava di distruggere il mondo con un acceleratore di particelle costruito sotto la Svizzera.

Sul finire della prima decade del secolo si diffuse fra gli utenti della vecchia Rete, la cosiddetta Internet, una diabolica forma di interazione chiamata social network. In brevissimo tempo, tra le varie reti di connessioni virtuali, se ne affermò una particolarmente pericolosa, che avrebbe di lì a poco portato al collasso comunicativo, la classica goccia che fa traboccare i vasi: Feisbuk.

Gli utenti si iscrivevano creando un profilo virtuale: mettevano il proprio nome, i propri dati generici, una foto, e rendevano accessibili queste informazioni agli amici. Recenti studi hanno dimostrato che quasi mai i profili di Facebook corrispondevano a quelli reali. Anzi, il più delle volte sembrava venissero da un mondo ideale fatto di femmine bellissime e disponibili (a tutto) e maschi alpha in grado di dominare più branchi alla volta. I cosiddetti amici, d’altra parte, non erano soltanto quelli della vita di tutti i giorni: per essere aggiunti nell’elenco di qualcuno bastava essere fidanzate di cugini o cugini di fidanzate, ex-compagni di scuola, di vacanza, di letto. A volte bastava anche solo trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Insomma era iniziato un circolo vizioso che presto avrebbe unito tutti gli esseri viventi in un unico e complicatissimo sistema di amicizie virtuali. Ma se tutti erano collegati l’uno all’altro, alla resa dei conti, era come se nessuno fosse collegato a nessuno, o no?

Il Paese dove questo social network causò più danni fu l’Italia. Non tutti i lettori la ricorderanno, ma un tempo era all’avanguardia nel combinare casini di questo tipo. A causa della tendenza associativa senza controllo che nacque in quel territorio e presto contagiò il resto del pianeta, i rapporti sociali comuni furono del tutto sovvertiti. Restare chiusi nella propria stanza davanti a un monitor divenne abitudine per milioni di persone. E l’idea di tempo libero fu cancellata dalle menti di qualsiasi utente con un colpo di spugna telematico. Anche il linguaggio subì modifiche improvvise e incontrollate. Per parlare di luoghi di incontro non si usarono più termini come pub, discoteche o parchi, ma si cominciò a dire sempre più spesso solo bacheche. Postare foto, cioè caricarle sul proprio profilo, e commentarle, inteso come scriverci sotto la prima cosa idiota che veniva in mente, sostituì il concetto stesso di serata con gli amici e pokare, termine inglese che significava ‘fare tap-tap sulla spalla’, fece venir meno anche solo la tentazione di limonare duro con la stagista del quinto piano. La più micidiale delle parole che conquistarono i vocabolari italiani fu taggare. Taggare: mettere sopra la foto il nome della persona fotografata, in modo che quella stessa persona grazie a un avviso venisse a sapere della foto, così come lo venivano a sapere tutti i suoi amici. Straordinario.

Ancora oggi gli storici si interrogano sul senso di tutto ciò e soprattutto su quali fossero i reali intenti del creatore di questo mefistofelico sistema. Molti documenti identificano il colpevole in Mark Zuckemberg, che avrebbe fondato Facebook mentre frequentava l’Università, semplicemente virtualizzando gli annuari scolastici dei campus americani. Ma oggi sappiamo che dietro a un nome palesemente falso come quello si nascondeva un piano segreto per catalogare e controllare tutta l’umanità, attraverso l’acquisizione dei suoi gusti in fatto di consumi, delle sue abitudini sociali e sessuali. E inizialmente fu un successo.

Nell’arco di pochi anni però il mondo venne condotto alla rovina. Facebook divenne l’unico centro del sapere, l’unica chiesa, l’unico stato. E nessuno uscì più di casa. Persino portare giù il cane divenne problematico e fuori moda. Privato di sole e di attività fisica il corpo subì mutazioni che ebbero conseguenze devastanti (anche perché grazie al fotoritocco restarono segrete per anni). Ma all’ultimo momento, quando le sinapsi del cervello stavano per abdicare definitivamente in favore del silicio, l’apocalisse fu scongiurata.

Uno sparuto gruppo di integralisti estranei alle forme di comunicazione virtuale scosse il cuore della gente, che si accorse così di quello che stava accadendo e decise di reagire. Poco a poco sacche di resistenza nacquero in vari punti del Bel Paese (meglio tardi che mai si diceva spesso da quelle parti). Dalle trattorie ai parchi giochi, dalle biblioteche alle fermate del tram, uomini e donne si unirono in un unico movimento rivoluzionario che presto divenne mondiale. Questo esercito, che scelse di non avere un nome per evitare che fosse brandizzato, riportò il mondo - non senza una giusta dose di spargimento di sangue - sulla retta via. 

Cioè come lo conosciamo oggi.
Un mondo in cui la forma di scrittura è manuale, con ideogrammi cino-inglesi e influssi neolatini-potteriani.
Dove la comunicazione è personale, vocale e sensoriale.
Dove ci si tocca, ci si guarda, ci si assapora, odora e ascolta.
Dove si scambiano gesti, racconti e idee, a volte liquidi, senza alcun tramite.

Dove non si possono correggere gli errori già fatti ma solo imparare a non farli più.
Dove si pensa ancora che sia possibile, se ci si crede col cuore, far avverare i desideri.
Dove le guerre esistono ma poi finiscono, dove si odia ma fregare il prossimo non è il primo pensiero ogni mattina.
Dove gli animali, gli esseri umani, il coraggio e la speranza non si sono estinti.
Ma l’ipocrisia sì.
E soprattutto un mondo dove sei quello che sei e va bene così.

(Tratto da FERRARI A.Q., Facebook: domani smetto, Roma, Castelvecchi, 2009)