Iniziava il ventunesimo secolo, l’umanità andava scoprendo la mappa completa del genoma umano e un gruppetto di scienziati testardi cercava di distruggere il mondo con un acceleratore di particelle costruito sotto la Svizzera.
Sul finire della prima decade del secolo si diffuse fra gli utenti della vecchia Rete, la cosiddetta Internet, una diabolica forma di interazione chiamata social network. In brevissimo tempo, tra le varie reti di connessioni virtuali, se ne affermò una particolarmente pericolosa, che avrebbe di lì a poco portato al collasso comunicativo, la classica goccia che fa traboccare i vasi: Feisbuk.
Gli utenti si iscrivevano creando un profilo virtuale: mettevano il proprio nome, i propri dati generici, una foto, e rendevano accessibili queste informazioni agli amici. Recenti studi hanno dimostrato che quasi mai i profili di Facebook corrispondevano a quelli reali. Anzi, il più delle volte sembrava venissero da un mondo ideale fatto di femmine bellissime e disponibili (a tutto) e maschi alpha in grado di dominare più branchi alla volta. I cosiddetti amici, d’altra parte, non erano soltanto quelli della vita di tutti i giorni: per essere aggiunti nell’elenco di qualcuno bastava essere fidanzate di cugini o cugini di fidanzate, ex-compagni di scuola, di vacanza, di letto. A volte bastava anche solo trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Insomma era iniziato un circolo vizioso che presto avrebbe unito tutti gli esseri viventi in un unico e complicatissimo sistema di amicizie virtuali. Ma se tutti erano collegati l’uno all’altro, alla resa dei conti, era come se nessuno fosse collegato a nessuno, o no?
Il Paese dove questo social network causò più danni fu l’Italia. Non tutti i lettori la ricorderanno, ma un tempo era all’avanguardia nel combinare casini di questo tipo. A causa della tendenza associativa senza controllo che nacque in quel territorio e presto contagiò il resto del pianeta, i rapporti sociali comuni furono del tutto sovvertiti. Restare chiusi nella propria stanza davanti a un monitor divenne abitudine per milioni di persone. E l’idea di tempo libero fu cancellata dalle menti di qualsiasi utente con un colpo di spugna telematico. Anche il linguaggio subì modifiche improvvise e incontrollate. Per parlare di luoghi di incontro non si usarono più termini come pub, discoteche o parchi, ma si cominciò a dire sempre più spesso solo bacheche. Postare foto, cioè caricarle sul proprio profilo, e commentarle, inteso come scriverci sotto la prima cosa idiota che veniva in mente, sostituì il concetto stesso di serata con gli amici e pokare, termine inglese che significava ‘fare tap-tap sulla spalla’, fece venir meno anche solo la tentazione di limonare duro con la stagista del quinto piano. La più micidiale delle parole che conquistarono i vocabolari italiani fu taggare. Taggare: mettere sopra la foto il nome della persona fotografata, in modo che quella stessa persona grazie a un avviso venisse a sapere della foto, così come lo venivano a sapere tutti i suoi amici. Straordinario.
Ancora oggi gli storici si interrogano sul senso di tutto ciò e soprattutto su quali fossero i reali intenti del creatore di questo mefistofelico sistema. Molti documenti identificano il colpevole in Mark Zuckemberg, che avrebbe fondato Facebook mentre frequentava l’Università, semplicemente virtualizzando gli annuari scolastici dei campus americani. Ma oggi sappiamo che dietro a un nome palesemente falso come quello si nascondeva un piano segreto per catalogare e controllare tutta l’umanità, attraverso l’acquisizione dei suoi gusti in fatto di consumi, delle sue abitudini sociali e sessuali. E inizialmente fu un successo.
Nell’arco di pochi anni però il mondo venne condotto alla rovina. Facebook divenne l’unico centro del sapere, l’unica chiesa, l’unico stato. E nessuno uscì più di casa. Persino portare giù il cane divenne problematico e fuori moda. Privato di sole e di attività fisica il corpo subì mutazioni che ebbero conseguenze devastanti (anche perché grazie al fotoritocco restarono segrete per anni). Ma all’ultimo momento, quando le sinapsi del cervello stavano per abdicare definitivamente in favore del silicio, l’apocalisse fu scongiurata.
Uno sparuto gruppo di integralisti estranei alle forme di comunicazione virtuale scosse il cuore della gente, che si accorse così di quello che stava accadendo e decise di reagire. Poco a poco sacche di resistenza nacquero in vari punti del Bel Paese (meglio tardi che mai si diceva spesso da quelle parti). Dalle trattorie ai parchi giochi, dalle biblioteche alle fermate del tram, uomini e donne si unirono in un unico movimento rivoluzionario che presto divenne mondiale. Questo esercito, che scelse di non avere un nome per evitare che fosse brandizzato, riportò il mondo - non senza una giusta dose di spargimento di sangue - sulla retta via.
Cioè come lo conosciamo oggi.
Un mondo in cui la forma di scrittura è manuale, con ideogrammi cino-inglesi e influssi neolatini-potteriani.
Dove la comunicazione è personale, vocale e sensoriale.
Dove ci si tocca, ci si guarda, ci si assapora, odora e ascolta.
Dove si scambiano gesti, racconti e idee, a volte liquidi, senza alcun tramite.
Dove non si possono correggere gli errori già fatti ma solo imparare a non farli più.
Dove si pensa ancora che sia possibile, se ci si crede col cuore, far avverare i desideri.
Dove le guerre esistono ma poi finiscono, dove si odia ma fregare il prossimo non è il primo pensiero ogni mattina.
Dove gli animali, gli esseri umani, il coraggio e la speranza non si sono estinti.
Ma l’ipocrisia sì.
E soprattutto un mondo dove sei quello che sei e va bene così.
(Tratto da FERRARI A.Q., Facebook: domani smetto, Roma, Castelvecchi, 2009)